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STORIA DI MARTA

di Daniel Capurro

Daniel Capurro

News Inserita Il 01/03/2011 da Federico Villa

STORIA DI MARTA

 

Marta cammina a fatica, sanguinando nella pioggia. Arranca, scossa da brividi di freddo e spossatezza. Ma deve tornare a casa. Ci sono i gemelli, a casa. Che la aspettano. E quindi stringe i denti, sistema meglio il fagotto che sta portando e continua a camminare. E intanto si maledice. Si maledice per essere andata ad abitare in un posto così sperduto, per non essere stata più attenta, per essere uscita con quel tempaccio infame. Ma al risveglio i gemelli avrebbero avuto fame, e lei non aveva nulla da dar loro. Che altro avrebbe potuto fare?
E così, poco più di un’ora prima, riparandosi come poteva dall’acquazzone, era uscita per procurarsi qualcosa da mangiare per i piccoli, ben sapendo che a quell’ora sarebbe stato difficile. Aveva lasciato i gemelli uno abbracciato all’altro, che si muovevano piano nel sonno facendo quei versetti strani che lei trova così adorabili. Non era tranquilla a lasciarli da soli; Marta è una mamma giovane, ma premurosa. Però in fondo è solo per pochi minuti, aveva pensato -senza immaginare quanto stesse sbagliando; e poi era sicura di trovarli ancora addormentati al suo ritorno; quei due uragani in miniatura avevano corso e saltato e giocato tutto il pomeriggio, e quando finalmente erano rientrati dalle loro scorribande erano praticamente crollati a terra esausti. Prima di uscire Marta era rimasta per un po’ a guardarli, e il suo sciocco cuore di madre si era gonfiato d’orgoglio; quei due diavoletti stavano crescendo così velocemente! E belli, e svegli, e con una luce nei loro occhi scuri che le faceva scordare tutte le fatiche, le privazioni, le paure di crescerli da sola.
Già, da sola. Grazie al Bastardo. Non vuole pronunciare, non vuole nemmeno ricordare il nome di quel… di quel bastardo! Ma la mente come sempre non l’ascolta, e disinteressandosi di ciò che Marta vuole torna a quei giorni folli che allora le erano sembrati tanto felici.
In città è difficile vivere, gliel’avevano detto i genitori, gli amici, tutti. Ma Marta era giovane e frizzante e incontenibilmente viva, e non aveva voglia di stare ad ascoltare quegli uccellacci del malaugurio. Così un giorno era andata a vedere di persona se la città fosse davvero così terribile. E ci si era fermata.
Per qualche tempo aveva vissuto alla giornata, senza sapere che avrebbe fatto il giorno dopo, sempre su di giri ed eccitata nonostante (o forse proprio grazie a) i pericoli che una come lei correva in quel luogo caotico e assurdo. Poi aveva incontrato il Bastardo. All’inizio si erano evitati, diffidenti l’uno dell’altra, troppo diversi per cercarsi e troppo simili per tollerarsi. Ma un giorno qualcosa era scattato fra di loro, un’attrazione incontrastabile, bruciante, una cosa da perderci la testa. E infatti l’avevano persa. Ma Marta, in quella minuscola parte ancora lucida dentro di sé, aveva sentito crescere la speranza di aver trovato quello giusto, un compagno che le stesse accanto per la vita.
Sì, per la vita. Povera sciocca. Lei era rimasta incinta, e il Bastardo era sparito. Così, da un giorno all’altro, senza una parola. Marta è convinta che il soprannome di Bastardo lui se lo sia meritato ampiamente.
A quel punto, doveva dimenticarsi di lui, e andare avanti. Ma restare in città a crescere i piccoli in arrivo -aveva saputo fin dal primo istante che sarebbero stati due maschietti- era assolutamente fuori discussione, e ripresentarsi dalla sua famiglia pure. Così era tornata alla campagna da cui era fuggita, e aveva trovato quasi per caso quel posto così confortevole, e quando i gemelli erano nati…
Un rumore improvviso la riporta al presente. C’è qualcuno dietro di lei? Di nuovo quel rumore. Sì, sono passi! Qualcuno la sta seguendo! Marta stringe forte il fagotto con  il cibo per i gemelli, cammina più svelta, comincia a correre. I passi sono sempre più vicini, sempre più concitati, e Marta capisce, e comincia ad aver paura davvero, non per sé, ma per i piccoli, come faranno senza di lei, non hanno nessun altro ci sono solo BANG dio che male DIO CHE MALE non pensarci corri pensa ai piccoli corri corri corri…

“Deh, l’hai vista? Hai visto che l’ho presa?”
“Ma va là, che è scappata via come un missile! Te non sei capace di prendere neanche un raffreddore, altro che una volpe!”
“Ma ti dico che l’ho beccata!”
“Sì, sì, va bene, adesso però andiamo che fa freddo e ho voglia di un bicchiere, va…”

Marta cammina a fatica, sanguinando nella pioggia. Zoppica, ma non trema più. Fortunatamente quel cacciatore a sparare faceva schifo, e l’ha colpita solo di striscio ad una zampa. E poi ha altro a cui pensare, Marta. Ai suoi cuccioli, ad esempio. Ai suoi volpotti che ha lasciato nella tana addormentati, e che ora probabilmente saranno ben svegli e decisamente affamati. Eccoli infatti, già sente le loro voci che la chiamano, squillanti e vivaci come sempre dovrebbero essere le voci dei nostri piccoli. E Marta allunga il passo, nemmeno si ricorda più della ferita; è solo felice, felice di essere al mondo, felice di tornare dai suoi cuccioli, felice dell’espressione che di certo apparirà sui loro musi quando scaricherà loro davanti il fagotto che non ha mai lasciato cadere, quel coniglio che le è costato un po’ di piombo in una zampa e tanta paura.
Ma in fondo, chi l’ha mai detto che sia facile essere una madre single?

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