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Paternità

di Daniel Capurro

Daniel Capurro

News Inserita Il 01/03/2011 da Federico Villa

PATERNITÀ

 

L’uomo arretrò di un passo, di un altro, poi di un altro ancora.
Ecco, da lì poteva con un solo sguardo abbracciare tutta quanta la sua opera, la sua creazione, il suo ennesimo capolavoro.
Certo, come sempre per arrivare a un tale sublime risultato aveva dovuto affrontare  l’opposizione della gente, di persone ignoranti che consideravano l’arte alla stregua di una bestia strana e pericolosa da tenere rinchiusa.
Ma lui non si era lasciato scoraggiare.
L’arte, lui lo sapeva meglio di chiunque altro, era sofferenza, sacrificio, stoicismo di fronte alla resistenza. Perché l'arte comincia dalla resistenza: dalla resistenza vinta. Non esiste capolavoro umano che non sia stato ottenuto faticosamente.
E per quanta fatica gli fosse costata, un’opera del genere sarebbe sempre stata una ricompensa più che sufficiente.
Stette ancora per qualche istante a contemplare il suo operato, ammaliato dai colori, dalle forme armoniose, dalla forza vibrante che scaturiva da quella materia ormai inerte, le vene ancora vibranti della divina ebbrezza dell’atto della creazione.
Poi si riscosse: era arrivato il momento più penoso; era il momento di abbandonarla, la sua opera.
Sapeva già che avrebbe dovuto farlo; ogni volta, ogni singola volta era stato costretto a quel doloroso distacco; ma questo non alleviava la sua pena. Dio, quanto avrebbe voluto poter restare lì, accanto alla sua creatura, e vedere coi suoi occhi la reazione di quelli che per primi l’avrebbero ammirata.
Sarebbero rimasti affascinati o sconvolti? Avrebbero chiuso gli occhi, oppure in quegli occhi avrebbe visto scintillare la luce della comprensione?
Purtroppo, quel sottile, infantile, onanistico piacere gli era negato. Ma così aveva da essere, perché la sua arte era la cosa più importante, e se fosse stato preso non avrebbe mai più potuto praticarla.
Con queste riflessioni nella mente, l’uomo indurì il proprio cuore, si congedò dalla sua creatura con un ultimo sguardo -ah, ma di certo l’avrebbe vista ancora e ancora, decine, centinaia di volte!- e si dedicò a raccogliere gli strumenti della propria arte.
Recuperò ogni scalpello, ogni lama, ogni singolo utensile là dove nell’impeto della creazione li aveva lasciati cadere, li ripulì meticolosamente, li ripose con cura.
Dopo pochi minuti di attenta operosità tutto aveva trovato posto nella capace valigetta che l’uomo aveva con sé.
Un ultimo sguardo tutt’intorno gli confermò che nulla era fuori posto; allora, con una cura che aveva un che di sacerdotale, l’uomo estrasse dalla tasca un rasoio dal manico d’avorio intarsiato, si avvicinò alla sua creazione, e incise sulla pelle ancora tiepida la propria firma.
Di nuovo, come già aveva fatto prima, l’uomo -il mostro- arretrò di un passo, un altro, poi un altro ancora.
E ammirò quei corpi intrecciati, quelle anatomie dischiuse, quella creta da un atto divino animata e da un atto parimenti divino riportata al suo stato originario, creta a disposizione di chi sapesse manipolarla -e l’uomo sapeva come farlo.
Quelle persone avrebbero dovuto ringraziarlo: per merito suo, le loro esistenze pateticamente ordinarie erano state trasfigurate in qualcosa di unico, magnificente, imperituro.
Rimirò la sua opera, la sua creazione ottenuta usando la materia più nobile che esistesse.
Perfetto.
Però la sua gioia pura era in parte offuscata da un pensiero, una riflessione amara che ultimamente sempre più spesso tornava ad affliggerlo.
Con la sua arte lui nobilitava vite altrimenti inani, cancellava la morte/oblio e  creava morte/eternità, prendeva la fine e la tramutava in un inizio.
Ma chi avrebbe fatto altrettanto per lui?
Chi avrebbe dato alla sua esistenza -tanto più ricca e meritevole di quelle che abitualmente mieteva- la fine gloriosa che sentiva di meritare?
Nessuno.
Lui, che era vissuto come un dio fra gli uomini, lui che aveva rubato a Dio stesso la prerogativa della creazione, lui che con le proprie mani aveva plasmato l’uomo facendone una meraviglia, lui, individuo unico ed eccezionale ed irripetibile, se ne sarebbe andato come uno qualunque, e la sua morte sarebbe stata solo banale putrefazione.
Era ingiusto.
Poi l’uomo si riscosse; ora basta con quei pensieri cupi, la sua fine era lontana, e ad ogni modo era ormai tempo di andare.
Lanciò un ultimo sguardo alla sua opera -ma com’era difficile staccarsi da un tale splendore!-, poi raccolse i suoi strumenti e si avviò verso la porta.
Qualcosa lo fece voltare.
Un rumore.
Impossibile. La casa era vuota, ne era certo. Studiava sempre con attenzione le abitudini delle persone che intendeva trasformare, e stavolta non faceva eccezione.
Aveva osservato, controllato, verificato.
In casa non ci poteva essere nessun altro.
Ciononostante eccolo di nuovo quel rumore, più netto, più forte stavolta. E pareva proprio…
Un pianto.
Un pianto?
Com’era possibile?
A meno che… La coppia che stasera aveva utilizzato aveva un figlio di circa 15 mesi, era vero; ma quel giorno il bambino avrebbe dovuto essere dai nonni materni, non era credibile che…
Eppure il rumore -sì, ormai ne era certo, era senza dubbio un pianto- continuava, anzi cresceva d’intensità, si faceva sempre più carico d’urgenza e bisogno e rabbia.
L’uomo posò la valigetta sul tavolo e si avviò lentamente verso la scala che conduceva al piano superiore. Conosceva perfettamente la casa, perché riteneva la padronanza dell’ambiente indispensabile ai suoi scopi.
Camminava silenzioso, con grazia, apparentemente calmo. Ma in realtà era turbato.
Non dalla pietà per quel piccolo novello orfano; la pietà non apparteneva al cuore di bestia dell’uomo. Anzi, una parte di lui -l’artista, se vogliamo- già stava pensando a come integrare quel nuovo materiale nell’opera là nell’altra stanza.
No, l’uomo era turbato perché mai prima aveva commesso un errore.
Era un errore marginale, lo sapeva; che male avrebbe potuto fargli un bambino indifeso in fondo?
Ma era comunque un errore. Il primo.
Forse era un segno? Stava perdendo la lucidità, l’infallibilità?
Stava invecchiando?
All’improvviso, la fine, la sua fine, non era più una remota eventualità, ma una realtà concreta, incombente, disturbante.
L’uomo salì le scale, attratto da quella furente e quanto mai inopportuna dichiarazione di esistenza, quel grido di guerriero che ora risuonava per tutta la casa altrimenti silente come una chiesa sconsacrata.
Raggiunse la porta della camera da cui provenivano i singhiozzi, si fermò, rimase in ascolto.
Il pianto continuava, ora con una nota di disperato, furioso abbandono.
Dischiuse appena la porta, e il grido si fece assordante, come un uragano liberato dalle catene che lo costringevano.
Quando i suoi occhi si adattarono al buio della stanza, riuscì ad intravedere la figura del bambino, che si era alzato in piedi nel lettino e ora stava attaccato alla sponda.
Stupefacente.
Non riusciva a capacitarsi di come qualcosa di così minuscolo potesse produrre tanto rumore -e per un istante fu simile a tutti i genitori che si pongono la stessa domanda contemplando il miracolo in miniatura che strepita fra le loro braccia.
Affascinato da quel piccolo prodigio, l’uomo entrò nella stanza e si avvicinò al lettino.
Non aveva esperienza né interesse in valutazioni di quel genere, ma probabilmente il bambino era bello, con i capelli scuri, quegli occhi verdi che lo fissavano senza paura pur se velati dalle lacrime, quelle mani già lunghe ed aggraziate che si tendevano verso di lui.
Obbedendo a un imperativo di cui non comprese l’origine, l’uomo si chinò su quel corpo strepitante, lo strinse fra le mani, lo sollevò.
Il bambino smise di piangere.
Guardò l’uomo per qualche istante, come attendendo che si attivassero le usuali procedure post-risveglio; visto che l’uomo non agiva, si dibattè per un istante, scomodo in quella presa inesperta, poi si sporse in avanti, tese le mani e gli si strinse al collo.
L’uomo rimase immobile di fronte all’autorità dei gesti di quel piccolo re senza corona.
Il bambino appoggiò la testa, cercò per qualche istante una sistemazione comoda su quella spalla sconosciuta, nascose il viso nell’incavo del collo.
Pochi secondi, e di nuovo dormiva.
L’uomo perse il senso del tempo.
Non seppe mai quanto era rimasto lì immobile, a sentire quel respiro sottile farsi sempre più profondo e cadenzato, quella testa minuscola farsi sempre più pesante sulla sua spalla.
Il bambino dormiva, ma l’uomo percepiva in quel fragile corpo il vibrare di un’energia stupefacente, sopita ma incontenibile.
Che prodigio, che scoperta meravigliosa la sorte gli aveva riservato quella sera… trovare il fuoco che da sempre cercava con la sua arte lì, proprio lì, nel corpo di un infante…
Ah, se tutti noi fossimo in grado di mantenere vivo e ustionante questo fuoco… invece che patetiche candele saremmo feroci  e orgogliosi soli, e le fiamme delle nostre vite rischiarerebbero la notte…
Il bambino emise un gemito sottile , si agitò nel sogno, e il fiore rosso della sua bocca sfiorò qualcosa di altrettanto rosso, una goccia di sangue finita per caso sulla pelle dell’uomo.
Senza svegliarsi, il bambino suggette quel sangue.
E l’uomo capì.
Capì che il dono che la sorte aveva voluto fargli quella sera era infinitamente più grande di quanto avesse creduto.
Capì che quello che stringeva fra le braccia non era un semplice bambino, ma un’anima affine.
Capì che quella creatura, massima espressione dell’umano potenziale, sarebbe divenuta un essere di ghiaccio e acciaio, spietato, terrificante, magnifico.
Capì che lo sarebbe diventata grazie alle sue cure.
Capì di aver trovato chi avrebbe saputo porre fine degnamente alla sua vita.
Capì di aver trovato un figlio.
 Il bambino -il suo futuro assassino, suo figlio -figlio non della sua carne ma della sua volontà- come agitato da quei pensieri di futura grandezza mosse la testa, strofinò la bocca ancora rossa sul collo dell’uomo, si quietò nuovamente.
Sorprendendosi di sé stesso -quante sorprese quella sera- il mostro che sembrava un uomo chinò il capo, appoggiò le labbra sui capelli fini del bambino, inspirò a fondo l’odore di quella cosa calda.
Sapeva di eternità.

 

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