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ADDIO, VECCHIA AMICA

di Daniel Capurro

Daniel Capurro

News Inserita Il 01/03/2011 da Federico Villa

ADDIO, VECCHIA AMICA

Oggi ho salutato un’amica.
L’ho vista andarsene accompagnata da due persone, silenziosa come mai nel corso della sua permanenza qui a Mezzana era stata -anzi, si può dire che la parola e la sua divulgazione definissero la sostanza, lo scopo stesso della sua esistenza.
In realtà non la conoscevo bene come avrei voluto; tanti motivi mi avevano fatto preferire la compagnia di altri alla sua. Ma ora che non c’è più mi rendo conto che mi mancherà.
Dacché frequento Mezzana, lei era sempre stata lì, al suo posto, ad osservare la gente che passava, ad ascoltarne le conversazioni -ma senza malizia alcuna, sia chiaro: semplicemente, le parole erano la sua vita-, a fungere da punto di riferimento per chiunque fosse sperduto; e da oggi in poi, senza di lei sarà più difficile descrivere il nostro paese.
Ma se non c’è più la colpa è anche nostra, che da troppo tempo la ignoravamo, la lasciavamo sola e muta, troppo presi dalle nostre individualità per capire cosa una come lei significasse (o per lo meno avesse significato) per la collettività.
Ciò nonostante ormai era inutile, e quindi l’hanno portata via.
Oggi hanno rimosso la cabina telefonica.
“Eh, ma quante storie per una cabina! Tanto non serviva più a niente”, direte voi.
Avete ragione, l’ho affermato io stesso, ormai era inutile. Perché è vero, al giorno d’oggi ognuno di noi possiede almeno un cellulare, magari di quelli supertecnologici, che fanno di tutto, che fotografano, che si connettono, che ti permettono di essere sempre presente e rintracciabile in ogni luogo.
Ma, scusate se ve lo chiedo così candidamente… è proprio così necessario essere sempre rintracciabili?
Questa ossessione per il doverci essere non nasconderà piuttosto il timore di non esserci affatto?
E poi, il dover andare a telefonare a qualcuno, magari alla fidanzata, non dava al gesto tutta un’altra valenza, un altro significato? Magari doversi bardare perché era inverno, e cominciare a parlare coi denti che battevano per il gelo, e poi lentamente l’aria si scaldava, e le parole correvano più facili, più leggere, fluivano fino all’altro capo del filo -perché c’era un filo, un legame, qualcosa di fisico che univa due solitudini distanti- e poi magari arrivava qualcuno a farti fretta, ma tu non lo volevi lasciare quell’utero di vetro e metallo, quel prodigio che magicamente ti aveva avvicinato ad una persona cara… Non era -perdonatemi il termine- più romantico?
Certo, oggi è tutto più comodo, più immediato, più rapido. Ma non sono così convinto che questo sia necessariamente un pregio.
In fondo in fondo, non mancherà un pochino anche a voi, quella vecchia amica?

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